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martedì 17 settembre 2013

L'amore finito in tragedia

                                          
                      

Era bella Costanza al punto che il suo amante, il famoso scultore Gran Lorenzo Bernini, decise di scolpire un busto che la ritraeva con la camicia aperta quasi ad intravedere il seno, i capelli scomposti, in posa intima e domestica ma di grande sensualità come lui era abituato a vederla dopo averla amata. E’ forse uno dei ritratti più belli di tutto il Barocco proprio perché non fatto durante una seduta di posa ma prodotto di getto, seguendo il ricordo di un uomo innamorato che riproduce l’oggetto del suo desiderio e le infonde fierezza, naturalità e quindi vita. Costanza non era una popolana, proveniva da una famiglia importante, i Piccolomini, e s’intendeva d’arte tanto da commerciare in opere in una Roma che nel primo trentennio del Seicento era fucina e terra d’azione d’ingegni che avevano seguito l’innovativa traccia lasciata da Caravaggio. Quel busto di marmo rimase molto tempo nella casa dello scultore per ricordargli di quell’amore che aveva si il fuoco della passione ma che era anche colpevole, messo all’indice, deprecabile perché Costanza era la moglie di uno dei suoi allievi più promettenti, il lucchese Matteo Bonarelli. L’amore si tramutò in odio feroce quando Bernini scoprì che Costanza non concedeva solo a lui le sue grazie ma anche a suo fratello, Luigi. Dalle cronache del tempo sappiamo che la furia cieca dello scultore si abbatté su entrambi: fece sfregiare lei da un suo servitore a disprezzo della sua bellezza così spudoratamente esibita e concessa a chiunque e cercò di uccidere il fratello picchiandolo con una spranga di ferro.
Finita la passione l’immagine della donna tanto amata divenne fonte di dolore e il busto fu donato nel 1645 al cardinale Giovan Carlo de’ Medici che lo portò a Firenze e oggi è esposto al Bargello.