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venerdì 20 settembre 2013

Amor sacro e amor profano



Tra i tanti capolavori che la Galleria Borghese di Roma espone c’è il notissimo quadro che Tiziano dipinse nel 1515 per un politico veneziano, Niccolò Aurelio, in occasione delle sua nozze. La tela, tutt’ora oggetto di studio poiché offre molteplici letture, raffigura due donne, una vestita e una seminuda, che siedono all’estremità di una fontana di pietra riccamente scolpita dove un amorino, forse Cupido, sta rimescolando l’acqua; sullo sfondo un paesaggio illuminato da un tardo sole pomeridiano dove si scorge un borgo con un castello, dei pastori e dei cavalieri intenti ad una battuta di caccia. Le due donne, di simile perfezione, sono somiglianti e potrebbero sembrare la stessa persona. Secondo una delle tante interpretazioni le due figure rappresentano Venere, quella a sinistra simboleggia l’amore terreno, gli impulsi umani e la forza generatrice della Natura con l'attributo del vaso pieno di gioie mentre l'altra a destra l’amore eterno, la bellezza universale e spirituale con in mano la fiamma ardente dell'amore di Dio. L'impianto rispecchia quindi la concezione neoplatonica tipica di Marsilio Ficino secondo la quale la bellezza terrena è specchio di quella celeste e la sua contemplazione prelude alla perfezione ultraterrena. La Venere ammantata di rosso è raffigurata in piena luce perché simbolo di purezza, di conoscenza, mentre la Venere terrena è fasciata da ricche vesti cinquecentesche e si staglia contro uno sfondo ombroso. Cupido, posto tra le due figure rappresenterebbe quindi il punto mediano tra l’aspirazione all’amore spirituale e all’amor carnale.