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mercoledì 18 settembre 2013

Il cane nell'arte



Nel Rinascimento non è raro vedere ritratti di personaggi appartenenti a casate importanti mentre posano con il proprio cane. Nei ritratti dei bambini e delle dame di solito sono cani di piccola taglia, “da grembo” come si suol dire, mentre per gli uomini si tratta di cani di rappresentanza, quindi di una certa mole o cani da caccia. Ho preso un esempio tra tanti. Nel 1542 fu commissionato a Tiziano Vecellio il ritratto di una bambina di due anni, Clarissa, figlia di Roberto Strozzi e Maddalena dei Medici. La bimba dai bei riccioli biondi è all’interno di una stanza di fronte ad una grande finestra che lascia intravedere un rigoglioso paesaggio all’imbrunire. Indossa una leggera veste bianca ricamata sul corpetto ed è intenta a dar da mangiare al suo cagnolino posato su un piedistallo in marmo decorato da un pannello con due figure di putti. L’animale è ritratto con grande naturalezza e cura del mantello. L’appartenenza di Clarissa a due tra le più ricche e potenti famiglie fiorentine, gli Strozzi e i Medici, è sottolineato dai ricchi gioielli che indossa. Al collo un vezzo di perle con un pendente in oro decorato da due grosse pietre, un rubino e forse uno zaffiro. Al polso un altro giro di grosse perle. In vita una cintura a maglie d’oro e smalti che le arriva fino ai piedi e alla cui estremità è appeso un pomander composto da due sfere in oro traforato nel cui interno di solito si introduceva una pasta odorifera. Tali gioielli, proprio perché indossati da un bambino, non vanno creduti solo oggetti di ornamento ma anche amuleti, data l’enorme mortalità infantile dell’epoca a causa delle più svariate malattie. Le perle, simbolo di castità e purezza, rimandavano alla protezione della Madonna sulla fanciulla; il rubino si credeva fortificasse il cuore, lo zaffiro teneva lontane le convulsioni, mentre il profumo emanato dal pomander proteggeva dalla peste.