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mercoledì 18 settembre 2013

La Trinità




Quando nel 1417 Tommaso di ser Giovanni Cassai detto Masaccio giunge a Firenze dal natio Valdarno con la famiglia (la madre rimasta vedova e un fratello) trova un ambiente artistico dissimile: da una parte Brunelleschi e Donatello fautori di una rivoluzione nel vero senso della parola nel campo dell’arte e già autori di opere come il progetto per la cupola del Duomo, il S. Giorgio e i crocifissi lignei di S. Maria Novella e di S. Croce (vedi nel blog di maggio “Il crocifisso delle uova”); dall’altra parte operano invece artisti come lo Stagnina, Lorenzo Monaco e Masolino ancora legati al gotico internazionale e ad un modo di dipingere che predilige la linea flessuosa nei panneggi che nascondono il corpo ignorando la sua struttura anatomica. Il giovane pittore, appena sedicenne, decide di affiancarsi ad un altro pittore suo conterraneo, Masolino da Panicate di formazione tardo-gotica. I rapporti tra i due non furono mai quelli dell’apprendista ancora inesperto di fronte all’artista maturo, anzi, la presenza di Masaccio sembra aver stimolato il pittore più anziano anche se non capì mai a fondo la sua arte innovativa. Masaccio aveva studiato profondamente Giotto, da lui aveva  appreso che la persona occupa uno spazio fisico, che la luce illumina un lato della figura mentre l’altro rimane in ombra, ma mentre Giotto non aveva saputo approfondire questi concetti Masaccio invece ci riuscirà, grazie anche alla sua amicizia con Brunelleschi e Donatello e insieme a loro inizierà una vera e propria rivoluzione in campo artistico.
Nel 1425 riceve un’importante commissione, un affresco raffigurante la Trinità nella domenicana chiesa di Santa Maria Novella a Firenze. La scena è costruita rigorosamente secondo il metodo prospettico brunelleschiano e va letta dal basso in alto. Sul pavimento poggia un altare sotto il quale è collocato un sarcofago con uno scheletro simbolo della fisicità transitoria e corruttibile della condizione umana, infatti vi è scritto: “io fui già quel che voi siete e quel che sono voi ancor sarete”. Sopra l’altare, preceduta da due gradini ai lati dei quali si trovano inginocchiati i due committenti dell’opera, monumentali e ben definiti spazialmente dal chiaroscuro, si apre una cappella ricoperta da un’imponente volta a botte cassettonata, sostenuta da colonne ioniche, entro la quale si dispongono la Vergine, vestita come una suora, e S. Giovanni ai piedi del Cristo crocifisso; dietro la croce sta Dio Padre, unica figura sottratta alle rigide regole prospettiche, con la colomba dello Spirito Santo. I committenti rappresentano l’umanità terrena; la Madonna e S. Giovanni l’umanità che si eleva nella santità, fino ad arrivare alla verità rivelata del dogma, cioè la Trinità. È importante rilevare che la distribuzione dei personaggi in profondità fa si che le figure in primo piano, cioè i committenti, siano di proporzioni maggiori rispetto a quelle divine collocate nel fondo della cappella; si attua in tal modo un rovesciamento totale del simbolismo gerarchico medievale che dava alla figura della divinità un ruolo dominante e proporzioni maggiori (es: la Pietà di Grottino agli Uffizi dove le due committenti sono più piccole rispetto ai santi raffigurati o il S. Ludovico di Tolosa che incorona Roberto d’Angiò di Simone Martini al Museo di Capodimonte). La Trinità di Masaccio, che è l'ultima opera conosciuta dell'artista, prima della morte improvvisa avvenuta a soli 27 anni, è ben altro che la pura dimostrazione di un teorema matematico (lo schema della composizione è piramidale il cui vertice è Dio; tutti gli altri i personaggi si inseriscono all’interno di questo schema geometrico), è una profonda meditazione laica sul rapporto tra uomo e Dio, la raffigurazione di un concetto trascendente non suscettibile di dimostrazione razionale, entro uno spazio costruito razionalmente, a misura d’uomo.