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venerdì 18 gennaio 2013

Un gioiello per cacciare via la morte















Il pendente, datato tra il 1540 e il 1560, è realizzato in oro e presenta due grandi pietre incastonate legate tra loro da una cornice fogliacea con smalti di colore nero e blu traslucido. La prima pietra di colore verde chiaro, posta nella parte superiore del gioiello e di forma rettangolare, è un peridoto (o olivina), chiamata dai Romani “smeraldo della sera” poichè il suo colore verde non si oscura la notte ma si vede anche con la luce artificiale. La seconda gemma invece, di forma ottagonale, è un granato della varietà detta “grossularia”. Il pendente è ultimato da uno zaffiro a goccia e presenta sulla sommità una maglia rotonda sempre in oro. Sul retro, nella fascia d’oro che circonda il peridoto troviamo l’iscrizione ANNANISAPTA + DEI, in quella corrispondente al granato  DETRAGRAMMATA IHS MARIA.
Secondo le credenze medievali e rinascimentali le proprietà magiche delle pietre avevano la possibilità di proteggere chi le indossava contro i pericoli esterni. Negli antichi lapidari il peridoto era menzionato come pietra il cui potere era quello di cacciare via gli spiriti cattivi e di potenziare la forza di ogni medicina; inoltre curava le malattie della bocca e della gola e i disturbi provenienti dalla testa. Il granato, invece, come tutte le pietre di colore rosso era associato al sangue di Cristo, panacea per ogni male, ed era creduto capace di rafforzare gli organi interni, soprattutto il cuore; in questo modo aiutava a contrastare l’aggressione delle malattie. Allo zaffiro, infine, venivano attribuiti poteri terapeutici che interessano principalmente l’apparato intestinale, permetteva l’arresto delle emorragie e garantiva la guarigione dalle infiammazioni. Inoltre esso già dal Quattrocento era associato alla figura della Vergine, Mater infirmorum.
Secondo Elisabeth Villier la scritta ANNANISAPTA  DEI significherebbe “Lo spirito divino del vaticinio”. Nella dottrina esoterica ANA significa mens, cioè ragione, sentimento, l’intimo io dell’anima, quindi l’anima divina stessa. Gli antichi saggi chiamavano quest’anima divina “Anim” e lo paragonavano ad un angelo la cui peculiarità era quella di donare l’intuizione. Con lo stesso nome, ANA, venne quindi designato anche un idolo che successivamente divenne “ANANI” o “ANNANI”, lo spirito del vaticinio e della divinazione. La parola dell’iscrizione ANNANISAPTA DEI era utilizzata per evocare tale idolo cui si ricorreva per venire ispirati nelle decisioni ma anche per avere aiuto nei bisogni e nelle malattie, soprattutto l’epilessia.
Secondo Joan Evans che studiò il gioiello alla fine degli anni Venti l’iscrizione sarebbe una formula talismanica contro la morte. Nel 1584 Reginald Scot pubblicò un libro intitolato Discoverie of Witchcraft, traducibile in “Alla scoperta della stregoneria”, uno studio meticoloso sulla pratica della stregoneria toccando anche l’astrologia, l’alchimia, la divinazione e altro. Tra le formule magiche prese in considerazione da Scot ce n’è una che dice: “Ferit Ananizapta mortem, dum quaerit Laere mors est prende male, dum dicitur Ananizapta, miserere mei nunc Ananizapta Dei” (“Ananizapta arriva la morte e cerca di nuocere, si dice che Ananizapta sia considerato un male per la morte, abbi pietà di me Ananizapta”).
La Evans ipotizzò anche che in origine al posto dello zaffiro a goccia ci sia stata una perla, quasi sempre usata come pendente nei gioielli e usata durante il Rinascimento come rimedio per curare le malattie cardiache, il tifo e la peste
La seconda iscrizione è invece un’invocazione al Padre, al Figlio e Madre, la Vergine e sempre secondo la Evans è possibile che ci sia stato un errore di ortografia: al posto della T iniziale della parola TETRAGRAMMA è stata incisa una D. Quindi la frase corretta sarebbe TETRAGRAMMATA IHS MARIA.
Il pendente dunque sarebbe un amuleto contro la morte potenziato sia dalla formula magica scritta in alto, che dall’invocazione cristiana scritta in basso; Fede e superstizione che si uniscono contro il male per eccellenza: “Madonna Morte corporale”.
E' esposto al Victoria and Albert Museum di Londra.