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lunedì 14 gennaio 2013

Apollo e Dafne


                                                             

Racconta il mito greco: Apollo, dio della luce, dopo aver ucciso un mostruoso serpente, incontrò Eros, dio dell’amore, e si burlò di lui e del fatto che non aveva mai compiuto azioni degne di gloria. Eros, profondamente offeso, preparò la sua vendetta: prese due frecce, una d’oro, ben appuntita, destinata a far nascere la passione, che scagliò nel cuore di Apollo e l’altra spuntata e di piombo, destinata a respingere l’amore, che lanciò nel cuore di una giovane ninfa dei boschi, Dafne, figlia di Gea, la Madre Terra. Da quel giorno Apollo cominciò a vagare alla ricerca della ninfa ma quando la trovò ella scappò impaurita e a nulla valsero le preghiere del dio che le giurava amore eterno. Quando Dafne si accorse che la sua corsa era vana e che stava per essere raggiunta, invocò la madre Gea perché l’aiutasse. Improvvisamente cominciò a trasformarsi: i suoi capelli si mutarono in fronde verdi; le sue braccia divennero rami; il suo giovane corpo si coprì di corteccia e dai piedi le spuntarono radici che si immersero nel terreno. Il dio della luce, disperato, abbracciò il tronco ma riuscì solo a sentire l’ultimo battito del cuore della fanciulla, diventata ormai un albero d’alloro.
La triste favola di Apollo e Dafne rivive oggi nella statua che Gian Lorenzo Bernini, appena ventiquattrenne, creò per il cardinale Scipione Borghese nel 1625. L’artista coglie il momento in cui la bella ninfa si sta mutando in pianta, quando il suo corpo si sta trasformando in tronco e dalle sue mani levate in alto ondeggiano già i rami dell’alloro; la sua bocca è aperta nell’ultima preghiera ed esprime anche lo stupore per quello che le sta accadendo. La presenza nella casa di un alto prelato di una statua che ricorda un mito pagano, fu giustificata con una scritta moraleggiante incisa sulla base e composta dal cardinale Maffeo Barberini, il futuro papa Urbano VIII, che dice: chi ama seguire le fuggenti forme dei divertimenti, alla fine si trova foglie e bacche amare nella mano.
Chi volesse vedere questo capolavoro di marmo deve andare a Roma, a Villa Borghrse, e potrà assistere ad uno dei miracoli che solo l’arte può fare: la pietra che prende vita e si anima.