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venerdì 23 agosto 2013

Elisabetta e lo scorpione





Grazie alle nozze di Vittoria della Rovere e Ferdinando II de’ Medici, celebrate nel 1637, Firenze potè beneficiare di una cospicua dote in denaro e capolavori artistici provenienti dal ducato di Urbino, tra questi il ritratto di Elisabetta Gonzaga dipinto da Raffaello nei primissimi anni del Cinquecento e oggi conservato agli Uffizi. Elisabetta, moglie infelice di Guidobaldo da Montefeltro, signore di Urbino, era donna colta, grande amante delle lettere e delle arti. Raffaello la ritrae in posa frontale, a mezzo busto, il capo leggermente rivolto a destra mentre lo sguardo si fissa su un punto opposto; alle spalle un limpido paesaggio lambito dai primi raggi del sole nascente che tanto ricorda gli sfondi leonardeschi. I capelli le incorniciano il viso un po’ allungato, nascondendole le orecchie e si posano leggeri sulle spalle per terminare probabilmente dietro in una sorta di cuffia a rete e una treccia (pettinatura detta coazzone, dove la treccia veniva avvolta in nastri di tessuto prezioso e perle). La dama indossa un pregiato abito di velluto nero con inserti rettangolari posti in orizzontale e verticale a creare un decoro geometrico. Lo scollo è quadrato ed è arricchito da un bordo con ricami dorati a comporre uno strano fregio che rimanda ad una lingua antica. Al collo una semplice catena d’oro, sciolta ai lati e annodata al centro del decolté.
La cosa che salta subito all’occhio dell’osservatore è il gioiello che Elisabetta esibisce sulla fronte: una gemma quadrata, tagliata a tavola, incastonata tra le chele di uno scorpione legato ad un cordoncino che le cinge il capo. A tale animale era riservato un potere soprannaturale carico di significati magici e alchemici. Esso, in qualità di elemento zodiacale, rimandava inoltre alle antiche credenze riguardo le influenze degli astri e delle costellazioni sulla vita dell’uomo. Nel Fasciculo de Medicina di Johannes de Ketham (1493) si trova una miniatura raffigurante “L’uomo zodiacale” dove ogni segno dello zodiaco trova la sua collocazione su parti anatomiche ben precise: Ariete-testa, Toro-gola, Gemelli-spalle e così via. Il segno dello Scorpione, passionale e dominato dal pianeta Marte, agiva sull’apparato uro-genitale, quindi sull’apparato riproduttivo. Questo schema apparve per la prima volta nell’Astronomicon, il più antico trattato latino sull’astrologia, il cui autore, il romano Marco Manilio (I sec. a.C.), riprendeva concetti della cultura egiziana. In riferimento a Elisabetta Gonzaga ritratta da Raffaello il gioiello a forma di scorpione potrebbe far riferimento alla sterilità della sua unione con Guidobaldo da Montefeltro ed essere quindi una sorta di talismano incaricato di invocare le forze celesti per coadiuvare la duchessa nel difficile compito di dare un erede al ducato di Urbino, erede che però non arriverà mai. Da più fonti viene lanciata l'ipotesi che addirittura il matrimonio tra i due non fu mai consumato.
Ritornando alla figura dello scorpione, seguendo il principio medico similia similibus, si pensava che il suo veleno, appositamente trattato e somministrato, poteva diventare un potente antidoto contro diverse affezioni. Nel Ricettario Fiorentino (un insieme di ricette e dettami sulla maniera di esercitare l’arte della medicina e della farmacia, pubblicato dal Collegio dei Medici di Firenze nel 1498 e poi revisionato nel 1550 per aggiornarlo sui nuovi preparati di cura), ad esempio, per proteggersi dalla peste, si consigliava di preparare l’olio di scorpioni con una settantina di esemplari messi a macerare per un mese al sole in due libbre di olio di mandorle amare. E’ stata tramandata inoltre un’altra ricetta comprendente ben tremila scorpioni catturati durante il solleone e lasciati macerare in olio di hiperico. Tali rimedi, assicuravano gli autori, avrebbero risolto calcolosi, affezioni vescicali e la guarigione dei bubboni pestiferi inguinali. Amuleti scaramantici a forma di scorpioni erano, dunque, prodotti e utilizzati per scongiurare avvelenamenti e infiammazioni dannose.