moretta

venerdì 31 maggio 2013

Il crocifisso delle uova


                                 
I due crocifissi in legno di Donatello e Brunelleschi, secondo l'aneddoto raccontato da Vasari, furono scolpiti a gara. Un giorno Brunelleschi si recò nella bottega dell'amico che, desideroso di fargli vedere la sua ultima opera, lo aveva fatto chiamare. Donatello però non si aspettava la reazione di Filippo che, dopo aver osservato attentamente il crocifisso, rimproverò l'artista di "aver messo in croce un contadino e non nostro Signore". Fu lanciata così la sfida: "Fanne uno tu" disse Donatello e Brunelleschi si mise subito all'opera.
                                                    

Passato qualche mese i due si incontrano al mercato e questa volta fu Brunelleschi ad invitare Donatello nella sua bottega per vedere l'opera finita e tanto che c'era poteva anche restare a pranzo. Avrebbero cucinato le uova che Donatello aveva comprato e che aveva messo nel suo grembiule da scultore. Appena entrati fu tolto il lenzuolo che celava l'opera e tanta fu la sorpresa di Donatello che lasciò cadere a terra le uova che teneva in grembo. Davanti a lui c'era Cristo e non una sua immagine.
Questo ci narra Vasari ma oggi gli storici tendono a smentire l'aneddoto collocando le due opere ad uan decina di anni di distanza l'una dall'altra (dal 1406 al 1415 circa). Certo esse sono diversissime e rivelano nei due autori atteggiamenti mentali antitetici nell'affrontare lo stesso soggetto. In Donatello è prevalente il dramma, il realismo violento: un corpo spinto in avanti dal suo stesso peso, la testa priva della corona di spine, i tratti del volto asimmetrici, quasi deformati dall'agonia. In Brunelleschi tutto è concepito in maniera più ponderata e intellettualistica, il suo crocifisso è prima di tutto uno studio della proporzione: la lunghezza della figura è identica alla larghezza data dall'apertura delle braccia, il corpo è un saggio superbo di ricerca anatomica, sotto la pelle traspare il disegno della cassa toracica, dei tendini, dei muscoli, delle vene.
Il Rinascimento può cominciare.

mercoledì 29 maggio 2013

Madonna con UFO




In una delle sale di Palazzo Vecchio a Firenze campeggia una splendida tavola quattrocentesca di forma rotonda raffigurante la Madonna col Bambino e San Giovannino. Per alcuni critici è attribuibile ad un anonimo maestro, per altri a Jacopo del Sellaio o a Sebastiano Mainardi della scuola del Ghirlandaio e attivo alla fine del secolo, altri ancora si spingono fino a fare il nome di Filippino Lippi. Oltre ad essere di indiscussa pregevole fattura ha una particolarità: a destra della Madonna, all'altezza della sua testa si vede in cielo uno strano oggetto molto somigliante ad una nave spaziale, di un color grigio piombo. In basso si nota un uomo con accanto un cane che alza gli occhi al cielo e si fa ombra con la mano per non essere abbagliato dalla luminosità che l'oggetto emana. Anche il cane sembra essersi accorto dello strano fenomeno e pare abbaiare.
Secondo gli ufologi questa sarebbe una tra le prove più antiche della presenza di esseri provenienti dallo spazio, gli storici dell'arte invece restano scettici interpretando quella macchia grigia, leggermente inclinata e dalla quale escono raggi, come “la nuvola luminosa” descritta nel Vangelo Apocrifo di Giacomo che avrebbe illuminato la capanna di Betlemme al momento della nascita di Cristo.  
Chi avrà ragione ?

venerdì 22 marzo 2013

Eleonora di Toledo e il suo anello





Donna volitiva e sicura di se', Eleonora, figlia del vicerè di Napoli, andò sposa al duca Cosimo I de Medici il 29 marzo 1539. Amatissima dal marito secondo i contemporanei aveva un carattere irritabile e poco incline alla dolcezza. Consapevole della sua bellezza aveva un'autentica passione per i gioielli e gli abiti sfarzosi, era inoltre amante del gioco e delle scommesse. Partorì ben 11 figli alcuni dei quali morirono senza aver compiuto i vent'anni. Questo ritratto fatto da Agnolo Bronzino nel 1543 e conservato a Praga la ritrae, all'età di 24 anni e già madre di quattro figli, con un magnifico abito cremisi ricamato d'oro e impreziosito da perle. Al dito mignolo della mano destra, che è posta sotto il seno a simboleggiare la fedeltà coniugale, Eleonora porta un piccolo anello che è giunto fino a noi perchè ritrovato nella sua tomba durante la ricognizione ottocentesca nelle Cappelle Medicee. L'anello in oro ha una pietra incisa con una singolare iconografia: al centro un uccello dalle lunghe zampe posto sopra una sorta di piedistallo e affiancato da due cornucopie, in basso due mani che si stringono. Le incisioni rimandano all'abbondanza, alla fertilità, alla fedeltà per la presenza delle due cornucopie e delle mani strette "in fede".








martedì 5 marzo 2013

Pomander





Tra il Cinquecento e il Seicento si diffuse la mania dei profumi, l’igiene era lasciata molto al caso e per nascondere i terribili odori che provenivano da case e persone le essenze di ambra, cannella o muschio erano di ottimo aiuto, mentre ingenuamente si credeva che esse avessero anche il potere di scacciare le malattie. Venivano raccolte entro globi preziosi traforati, i pomander (chiamati in Germania “bisamapfel” e in Francia “pomme d’ambre”), appesi a loro volta a catene per essere indossati al collo, su cinture, al polso e anche nei rosari in qualità di paternoster. 
Pare che la loro origine sia orientale e la prima comparsa risalirebbe al 1174 anno dell’incoronazione di re Baldovino di Gerusalemme che inviò all’imperatore Federico Barbarossa una raffinatezza: contenitori sferici di metallo traforato composti di due valve con all’interno un impasto di cera, o argilla, e muschio. I pomander avrebbero avuto in seguito una grande diffusione durante la Peste Nera nel 1348 perché considerati oggetti di profilassi. Per difendersi dal contagio infatti si mise a punto una vera strategia degli odori: vasetti, bussolotti, palle di stagno o argento, avorio, legno, zendalo (velo finissimo di seta) ripiene di composizioni odorose (polveri aromatiche impastate con olio di rose o altri liquidi) o di spugne inzuppate di aceto, da portare in mano per essere odorate spesso. Tale consuetudine sarebbe continuata anche nel Rinascimento dove divennero, oltre che utili anche veri e propri oggetti di moda e di cosmetica. Cosimo I de’ Medici, per esempio, possedeva “Una cinta da cingere col pendaglio d’oro lavorato di straforo à giorno ripiena tutta di pasta odorifera di muschio et ambra, composta di cinquanta bottoni d’oro come è, detto, piccoletti et cinquantatre bottoni simili ma due tanto maggiori in circa et da piede una gran pera à fogliami dorata trasparenti à giorno, ripiena tutta della medesima pasta, et in fondo tre festoncini d’oro smaltato per finimento”. 
I pomander potevano essere di diversi tipi: di forma sferica oppure ovale, ma anche raffiguranti un cuore, una goccia o un animale; erano lavorati in metallo traforato e venivano riempiti  all’interno con un composto solido di cera o resina al quale si aggiungevano più essenze ridotte in polvere col mortaio (canfora, muschio, zibetto, ambra). I più elaborati erano globi apribili a spicchi, ognuno dei quali aveva uno scomparto da riempire di polvere profumata.
Il pomander della foto è conservato al Victoria and Albert Museum ed è datato all'inizio del XVI secolo. E'composto da due semisfere in oro con smalti di colore celeste, bianco e verde, perle e una decorazione a volute vegetali e fiori. Sulla sommità è presente una maglia circolare d’oro che univa il gioiello a una catena per essere portato al collo o più verosimilmente a una cintura.



C'era una volta





 Il ghetto di Firenze in un quadro del 1882 di Telemaco Signorini. Per volontà di Cosimo I Granduca di Toscana nel 1560, ad opera dell’architetto Bernardo Buonatalenti, fu adattato una parte del centro medievale per farvi sorgere il quartiere ebraico. L’isolato, posto a nord di Mercato Vecchio (che occupava lo spazio oggi dell’attuale Piazza della Repubblica, a due passi da Ponte Vecchio), aveva solo tre ingressi muniti di cancellate in ferro che venivano chiuse a mezzanotte. Prima di essere destinato agli Ebrei quest’area della città era stata abitata da famiglie nobili, vi sorgevano prestigiosi palazzi e vi si svolgeva una produttiva attività di vendita grazie alla presenza di numerosi mercati, botteghe artigiane e negozi. Col tempo divenne un quartiere composto da stradine che non vedevano mai la luce del sole, sporche e mal areate e dove si affacciavano povere case malmesse. 
Estintasi la dinastia dei Medici nel Settecento i nuovi signori di Firenze, i Lorena, abolirono le leggi discriminatorie egli Ebrei a poco a poco abbandonarono il ghetto per andare ad abitare altre zone della città. Al loro posto si insediò la popolazione più povera, i reietti, le prostitute e i furfanti dando vita ad uno dei quartieri più degradati e pericolosi di Firenze.
Quando con l’unità d’Italia Firenze divenne capitale si cominciò a risanare e modernizzare l’antico centro storico medievale e il ghetto, considerato una vergogna indegna di una città che era stata culla del Rinascimento, fu letteralmente abbattuto per far posto a piazze e vie spaziose ed eleganti.

mercoledì 27 febbraio 2013

La senza pari





 Intorno al 1515-20 Piero di Cosimo dipinse questo ritratto, oggi conservato al Museo Condé a Chantilly, raffigurante  la donna che nella Firenze di Lorenzo il Magnifico era detta “la senza pari”, ovvero Simonetta Cattaneo Vespucci. Amata da Giuliano de' Medici era considerata la più bella tra le fanciulle fiorentine tanto da diventare musa ispiratrice di Botticelli che la dipinse in molti dei suoi capolavori e del Poliziano che in una sua poesia ne celebra il “lieto viso” incorniciato da “crini d’oro”.
Quando Piero esegue il dipinto Simonetta era già morta di tisi a soli 23 anni nel 1476 e il pittore fu costretto ad usare una medaglia con la sua effige come modello. Il profilo della giovane si staglia sullo sfondo di un paesaggio in tempesta e ricco di richiami simbolici che rimandano alla sua morte prematura: l’albero secco a sinistra e le cupe nuvole del tramonto. Anche il serpente che si avvolge intorno alla collana d’oro che porta al collo rimanda al tema della morte ma anche alla rinascita, al tempo che si rinnova all’infinito, all’immortalità dunque per la sua capacità di cambiare pelle. Inoltre era anche simbolo di prudenza e intelligenza. Nell’intreccio dei capelli di Simonetta troviamo perle simbolo di castità e gioielli a forma di ghianda che rimandano alla quercia anch’essa simbolo di eternità. Il seno nudo non costituiva all’epoca un’indecenza, ricordava la “Venus pudica” e le Amazzoni, le leggendarie guerriere che combattevano a seno scoperto ed erano considerate particolarmente caste perchè si accoppiavano una volta l'anno. 
Simonetta quindi viene onorata con tutte le virtù che nel Rinascimento si richiedevano ad una donna - bellezza, purezza, intelligenza, prudenza - e ne si ricorda la bellezza immortale. Narrano le cronache che il giorno del suo funerale, adagiata su una lettiga coperta di fiori, Simonetta fu portata per le vie di Firenze a mostrare come neppure la malattia prima e la morte dopo erano riuscite ad alterare la sua bellezza, musa di pittori e poeti che con la loro arte ne hanno tramandato il ricordo fino a noi.

La stanza segreta di Michelangelo





Nel novembre del 1975, a Firenze, durante alcuni lavori nella Sagrestia Nuova della chiesa di San Lorenzo, fu scoperta una botola che conduceva in uno stretto vano sotterraneo le cui pareti erano tappezzate di disegni tracciati a carboncino. Subito gli storici dell’arte si misero a studiarli concludendo che alcuni erano sicuramente di Michelangelo. Raffigurano nudi, volti, arti, elementi architettonici, una testa di cavallo tutti abbozzati con mano esperta, disposti senza ordine, alla rinfusa. Alcuni sembrano ripensamenti da parte dell’artista ad opere già da lui portate a compimento come per esempio lo schizzo di due gambe che rimandano a quelle della statua di Giuliano de’ Medici duca di Nemours. 
Con molta probabilità questi disegni furono eseguiti tra l’agosto e l’ottobre del 1530, periodo in cui Michelangelo, perseguitato dai Medici per aver partecipato tre anni prima alla rivolta che li aveva cacciati da Firenze, aveva trovato rifugio nel convento di San Lorenzo dopo essere sfuggito ai sicari mandati da Baccio Valori. La botola scoperta nella sacrestia che conserva le stupende tombe medicee realizzate dallo scultore qualche anno prima e dove riposano Lorenzo il Magnifico e il fratello Giuliano assassinato nella congiura dei Pazzi, era stata murata da Giorgio Vasari più di trent’anni dopo il passaggio di Michelangelo.