Cerca nel blog

martedì 1 ottobre 2013

La cena di Emmaus




La grande pala con la Cena di Emmaus oggi agli Uffizi  fu commissionata a Jacopo Pontormo nel 1525 per la Foresteria della Certosa del Galluzzo nei pressi di Firenze. Qui si era rifugiato per scampare alla peste che imperversava in città. Pontormo era un uomo schivo, tormentato, lunatico, solitario, ipocondriaco e negli ultimi anni della sua vita manifestò vere e proprie manie e ossessioni; sul suo diario oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze e iniziato quando l’artista era ormai sessantenne leggiamo annotazioni personali come gli elenchi delle cene consumate e degli effetti sulla sua salute e sul suo umore: “…el martedì sera cenai una meza testa di cavretto e la minestra…. el mercoledì sera l'altra meza fritta e del zibibo uno buon dato e 5 q[uattrin]i di pane e caperi in insalata….giovedì sera una minestra di buono castrone e insalata di barbe….giovedì mattina mi venne uno capogirlo che mi durò tucto dì e dapoi sono stato tuctavia maldisposto e del capo debole”.
Tornando al quadro la scena rimanda al Vangelo di Luca che racconta dell’apparizione di Cristo risorto a due discepoli che non avendolo riconosciuto lo invitano a cenare con loro e solo quando Gesù ripete il gesto di benedire il pane lo identificano e hanno solo il tempo di meravigliarsi perché Egli sparisce alla loro vista.
Pontormo blocca nella tela un momento preciso: uno dei due discepoli sta versando acqua da una brocchetta mentre l’altro intento a tagliare il pane con un coltello alza gli occhi verso l’ospite. E’ il momento della benedizione e del riconoscimento del Figlio di Dio. La composizione si imposta sul movimento rotatorio impresso dal tavolo e dalla disposizione delle figure tra le quali troneggia, altissima e mistica, quella del Cristo benedicente. Espediente compositivo nuovissimo sono le due figure degli apostoli visti di schiena che consentono allo spettatore di avvertire la tridimensionalità e di immedesimarsi con lo spazio, di entrare insomma dentro il quadro, di essere non solo colui che guarda ma colui che partecipa all’evento. L’aspetto autenticamente sconvolgente del dipinto è il notevole realismo dei personaggi ritratti che ha indotto i critici a porre questo quadro tra i precedenti più importanti della pittura naturalistica del ‘600. Un altro aspetto che sembra anticipare il realismo del Barocco è l’attenzione verso i dettagli, per esempio gli sgabelli su cui siedono i personaggi in primo piano, i loro piedi scalzi, il pane, le stoviglie, il cane e il gatto sotto il tavolo, il cartiglio caduto a terra sul quale è visibile la firma dell’artista, descritti tutti con estrema naturalezza. Impossibile non vedere i precedenti di Caravaggio. Lo spazio rimane tuttavia soprannaturale: le figure emergono da uno sfondo scuro, illuminato solo dal bagliore de cerchio luminoso e del triangolo, simbolo della Trinità, con al centro l’occhio di Dio. Ai lati sono ritratti cinque monaci tra i quali l’allora priore della Certosa, Leonardo Buonafede.